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Perorata del apestado (1981)

por Gesualdo Bufalino

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315783,499 (3.83)2
En 1946, en un sanatorio para tuberculosos de la Conca d'Oro - castillo de Atlante y campo de exterminio -, unos singulares personajes, supervivientes de la guerra y presumiblemente incurables, pelean dbilmente consigo mismos y con los otros, en espera de la muerte. Largos duelos de gestos y de palabras; de palabras sobre todo: febriles, tiernas, barrocas a tono con el barroco de una tierra que ama la hiprbole y el exceso. Tema dominante: la muerte que se propaga sutilmente, se disfraza, se esconde, se extrava, musicalmente reaparece. Y todo esto entre los ropajes de una escritura en equilibrio entre el desgarro y el falsete y en un espacio siempre ms ac o ms all de la historia... que podra incluso simular un escenario o la niebla de un sueo.Bellsima novela: dan ganas de decirlo con toda la impudicia que este adjetivo, bellsima, hoy da encierra, y de una rara, contenida fuerza expresiva (Enzo Siciliano, Corriere della Sera).Enfermedad, metfora de la vida... Un libro memorable (Fulvio Pansevi, Il Sabato).Un caso literario... ltimo y genial outsider, descubierto por Sellerio y Sciascia (Giacinto Spagnoletti, Il Tempo).Qu maestro, este Don Gesualdo! (Leonardo Sciascia, L'Espresso).… (más)
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“La diceria dell’untore” è il racconto di un’attesa, una sorta di sosta in una zona intermedia tra la vita e la morte, nella consapevolezza di non potere in alcun modo ipotecare il futuro. È un percorso eroico e disperato nell’inferno di un morbo insidioso e implacabile; nella rabbia rassegnata al disfacimento del corpo; nella desolazione dell’isolamento dal resto del mondo, quasi certo preludio del distacco dalla vita.
Un simile torrente di angoscia e sofferenza avrebbe potuto facilmente tracimare nei toni patetici del più scadente melodramma, ma l’autore scongiura abilmente questo rischio arginandone gli eccessi attraverso il filtro moderatore del ricordo e rivestendo il tutto di una prosa ricercata e solenne che eleva il registro narrativo, creando al contempo il dovuto distacco dalle emozioni.
Vocaboli desueti, aggettivazione insolita e ridondante, metafore ardite e spiazzanti, ma soprattutto un periodare complesso e di ampio respiro di chiara matrice latina: tutto ciò conferisce allo stile valenza e musicalità di stampo classico, e al tempo stesso riveste i fatti come di una patina di irrealtà, quasi di sogno.
Il sanatorio della Rocca non fa già più parte del mondo reale, è un universo chiuso e compiuto in sé, una specie di palcoscenico nel teatro delle disillusioni, sul quale scorrono come ombre effimere le gracili e immense figure di questi compagni di pena – vere alme purganti (o alme dannate ?) di proporzioni dantesche – ciascuno con la propria storia da ripercorrere nel rimpianto struggente e con i propri interrogativi per i quali non esistono risposte univoche o esaustive.
Gli stessi protagonisti non danno l’impressione di persone reali, ma piuttosto di personaggi chiamati a dare prova del loro talento nell’interpretazione del ruolo di reduci di guerra e di vita, senza certezze e senza un domani, prigionieri di quel lager-sanatorio che rappresenta l’ultimo avamposto dell’esistenza prima del varco della soglia del nulla. Chiunque vi abbia soggiornato non potrà ritornare integro alla vita, perché vi ritornerà da insignificante comparsa dopo essere stato sul punto di abbandonarla gloriosamente “da prim’attore”; e l’esperienza trascorsa resterà impressa come un marchio indelebile nella memoria e nella coscienza, come una colpa di tradimento verso quanti non hanno potuto sottrarsi al verdetto di morte.
Un grandissimo romanzo. ( )
  Ginny_1807 | Aug 23, 2013 |
“La diceria dell’untore” è il racconto di un’attesa, una sorta di sosta in una zona intermedia tra la vita e la morte, nella consapevolezza di non potere in alcun modo ipotecare il futuro. È un percorso eroico e disperato nell’inferno di un morbo insidioso e implacabile; nella rabbia rassegnata al disfacimento del corpo; nella desolazione dell’isolamento dal resto del mondo, quasi certo preludio del distacco dalla vita.
Un simile torrente di angoscia e sofferenza avrebbe potuto facilmente tracimare nei toni patetici del più scadente melodramma, ma l’autore scongiura abilmente questo rischio arginandone gli eccessi attraverso il filtro moderatore del ricordo e rivestendo il tutto di una prosa ricercata e solenne che eleva il registro narrativo, creando al contempo il dovuto distacco dalle emozioni.
Vocaboli desueti, aggettivazione insolita e ridondante, metafore ardite e spiazzanti, ma soprattutto un periodare complesso e di ampio respiro di chiara matrice latina: tutto ciò conferisce allo stile valenza e musicalità di stampo classico, e al tempo stesso riveste i fatti come di una patina di irrealtà, quasi di sogno.
Il sanatorio della Rocca non fa già più parte del mondo reale, è un universo chiuso e compiuto in sé, una specie di palcoscenico nel teatro delle disillusioni, sul quale scorrono come ombre effimere le gracili e immense figure di questi compagni di pena – vere alme purganti (o alme dannate ?) di proporzioni dantesche – ciascuno con la propria storia da ripercorrere nel rimpianto struggente e con i propri interrogativi per i quali non esistono risposte univoche o esaustive.
Gli stessi protagonisti non danno l’impressione di persone reali, ma piuttosto di personaggi chiamati a dare prova del loro talento nell’interpretazione del ruolo di reduci di guerra e di vita, senza certezze e senza un domani, prigionieri di quel lager-sanatorio che rappresenta l’ultimo avamposto dell’esistenza prima del varco della soglia del nulla. Chiunque vi abbia soggiornato non potrà ritornare integro alla vita, perché vi ritornerà da insignificante comparsa dopo essere stato sul punto di abbandonarla gloriosamente “da prim’attore”; e l’esperienza trascorsa resterà impressa come un marchio indelebile nella memoria e nella coscienza, come una colpa di tradimento verso quanti non hanno potuto sottrarsi al verdetto di morte.
Un grandissimo romanzo. ( )
  Ginny_1807 | Aug 23, 2013 |
“La diceria dell’untore” è il racconto di un’attesa, una sorta di sosta in una zona intermedia tra la vita e la morte, nella consapevolezza di non potere in alcun modo ipotecare il futuro. È un percorso eroico e disperato nell’inferno di un morbo insidioso e implacabile; nella rabbia rassegnata al disfacimento del corpo; nella desolazione dell’isolamento dal resto del mondo, quasi certo preludio del distacco dalla vita.
Un simile torrente di angoscia e sofferenza avrebbe potuto facilmente tracimare nei toni patetici del più scadente melodramma, ma l’autore scongiura abilmente questo rischio arginandone gli eccessi attraverso il filtro moderatore del ricordo e rivestendo il tutto di una prosa ricercata e solenne che eleva il registro narrativo, creando al contempo il dovuto distacco dalle emozioni.
Vocaboli desueti, aggettivazione insolita e ridondante, metafore ardite e spiazzanti, ma soprattutto un periodare complesso e di ampio respiro di chiara matrice latina: tutto ciò conferisce allo stile valenza e musicalità di stampo classico, e al tempo stesso riveste i fatti come di una patina di irrealtà, quasi di sogno.
Il sanatorio della Rocca non fa già più parte del mondo reale, è un universo chiuso e compiuto in sé, una specie di palcoscenico nel teatro delle disillusioni, sul quale scorrono come ombre effimere le gracili e immense figure di questi compagni di pena – vere alme purganti (o alme dannate ?) di proporzioni dantesche – ciascuno con la propria storia da ripercorrere nel rimpianto struggente e con i propri interrogativi per i quali non esistono risposte univoche o esaustive.
Gli stessi protagonisti non danno l’impressione di persone reali, ma piuttosto di personaggi chiamati a dare prova del loro talento nell’interpretazione del ruolo di reduci di guerra e di vita, senza certezze e senza un domani, prigionieri di quel lager-sanatorio che rappresenta l’ultimo avamposto dell’esistenza prima del varco della soglia del nulla. Chiunque vi abbia soggiornato non potrà ritornare integro alla vita, perché vi ritornerà da insignificante comparsa dopo essere stato sul punto di abbandonarla gloriosamente “da prim’attore”; e l’esperienza trascorsa resterà impressa come un marchio indelebile nella memoria e nella coscienza, come una colpa di tradimento verso quanti non hanno potuto sottrarsi al verdetto di morte.
Un grandissimo romanzo. ( )
  Ginny_1807 | Aug 23, 2013 |
Um conto de amor, fuga, morte e vida anunciados, marcado pela Itália pós guerra e pela atmosfera de um sanatório – a sensação de ser um disseminador da peste, o Untore, essa palavra antiquada, dos tempos de Manzoni.
Diz Bufalino que o homem inventou o pecado pra justificar o castigo de viver. Ninguém quer ser punido sem motivo. ( )
1 vota JuliaBoechat | Mar 29, 2013 |
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O quando tutte le notti — per pigrizia, per avarizia — ritornavo a sognare lo stesso sogno
Citas
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Editores de la editorial
Blurbistas
Idioma original
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DDC/MDS Canónico
LCC canónico

Referencias a esta obra en fuentes externas.

Wikipedia en inglés

Ninguno

En 1946, en un sanatorio para tuberculosos de la Conca d'Oro - castillo de Atlante y campo de exterminio -, unos singulares personajes, supervivientes de la guerra y presumiblemente incurables, pelean dbilmente consigo mismos y con los otros, en espera de la muerte. Largos duelos de gestos y de palabras; de palabras sobre todo: febriles, tiernas, barrocas a tono con el barroco de una tierra que ama la hiprbole y el exceso. Tema dominante: la muerte que se propaga sutilmente, se disfraza, se esconde, se extrava, musicalmente reaparece. Y todo esto entre los ropajes de una escritura en equilibrio entre el desgarro y el falsete y en un espacio siempre ms ac o ms all de la historia... que podra incluso simular un escenario o la niebla de un sueo.Bellsima novela: dan ganas de decirlo con toda la impudicia que este adjetivo, bellsima, hoy da encierra, y de una rara, contenida fuerza expresiva (Enzo Siciliano, Corriere della Sera).Enfermedad, metfora de la vida... Un libro memorable (Fulvio Pansevi, Il Sabato).Un caso literario... ltimo y genial outsider, descubierto por Sellerio y Sciascia (Giacinto Spagnoletti, Il Tempo).Qu maestro, este Don Gesualdo! (Leonardo Sciascia, L'Espresso).

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